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Categorie: Giovanili

Tre... partite fanno una prova: la colpa è sempre degli altri

Dopo aver assistito a tre finali in due giorni, abbiamo avuto l'ennesima conferma: in tribuna l'autocritica lascia spazio ancora una volta all'insulto. Questa non è educazione



Agata Christie diceva «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova». Ispirati da questo aforisma, potremmo giungere alla conoscenza di tante verità.


Se allora ci chiedessimo cosa sia il calcio dovremmo seguire qualche partita, per poi tirare le somme, trovando così una soluzione all’enigma. Personalmente l’ho fatto e così posso dirvi cosa sia.


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Durante lo scorso fine settimana ho seguito tre finali. Non è importante tra chi fossero, perché quello che è accaduto lo si vede su molti altri campi. Quello che conta è che queste tre gare sono state accomunate da un “indizio”, un elemento analogo: le veementi proteste del pubblico perdente.

Allora, unendo questi “indizi” ho scovato la “prova”, la verità: il fatto che, questo, è lo sport dove la sconfitta è causata sempre da una forza esterna maligna. Il primo responsabile di essa non è mai chi la subisce, perché il proprio “beniamino” non sbaglia mai.

È lo sport dove i genitori chiedono ai propri figli di abbandonare il campo perché è in atto una gravissima ingiustizia: il “palazzo” ha deciso a tavolino che una squadra deve vincere e una deve perdere. Quello dove non bisogna fare i complimenti a chi alza la coppa, ma dove è obbligatorio urlare al vento insulti e minacce al direttore di gara. Il calcio è quello sport dove è giusto, perché è veramente così, prendersela con la casacca nera, ma guai a dire una sola parola ad un giocatore: “nun devi toccà i regazzini”, ma sì perché in fondo l’arbitro non è un ragazzo, lui è un “figlio di puttana”, che deve avere paura ad uscire dal campo, perché “se vedemo fuori quando esci”. È quello sport dove si sputa all’avversario, è quello che non ti porta a riflettere sugli errori commessi: se la tua squadra non calcia neanche una volta verso lo specchio della porta, non ha colpe. Il calcio è tutto ciò. Siamone fieri! Grazie al calcio, se siamo nervosi possiamo sfogarci. Lì in tribuna troviamo sempre qualcuno ad assisterci. Se urliamo all’arbitro “stasera te meno”, tutti intorno ridono a crepapelle. E allora perché non pensare che tutto questo sia sbagliato, se tutti, o quasi, fanno così?

Peccato che ogni tanto ci sia qualche “moralista” a rovinare la festa. Sono pochi eh! Fai fatica a vederli, però quando uno di questi alza la voce, che fastidio che dà! “Perché c’è questo povero moralista che dice di smetterla? Perché dice che forse si sta esagerando?”


Ma è proprio questo “essere” così diverso dagli altri l’àncora di salvezza, quello che cercherà, fino all’ultimo di sovvertire le “prove”. Se chi legge non l’avesse capito, le righe precedenti erano avvolte da un sottile velo di ironia. Sì perché, come diceva il giornalista statunitense, Walter Lippmann: “Quando tutti pensano nello stesso modo, nessuno pensa molto”. E allora bisogna riflettere, fare un passo indietro. Mettere da parte tutta quella foga agonistica che dai ragazzi passa ai genitori, e pensare. Bisogna iniziare a credere che forse vincere o perdere una finale provinciale, regionale o elite non è così importante, come dovrebbe essere dare il buon esempio ai propri figli. A questo serve lo sport: ad educare, a far divertire chi lo pratica e chi lo osserva.


In questi tre giorni, ad assistere alle partite c’erano tanti bambini, probabilmente i fratelli dei giocatori in campo. Ripensateci e magari ditegli che quello che hanno fatto e detto mamma e papà è sbagliato.