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Categorie: Nazionali

#polaroid: Best e il tunnel più famoso di sempre... a Cruyff

Nasce oggi la nuova rubrica di Gazzetta Regionale che ci riporta agli albori del nostro amore per il calcio: quando ce ne siamo innamorati? Perché? Storie belle per combattere polemiche e volgarità



George Best con la maglia dello United

“Ti ho amato prima di saperlo e forse è solo così che si ama”

 

Innamorarsi è la cosa più semplice del mondo. Amare è molto più complicato. Capito questo, il resto è in discesa. Amare significa accettare. Costruire. Certamente rinunciare alla perfezione. E’ normalissimo e probabilmente scontato che l’oggetto del nostro desiderio ci deluda. Ferisca. Uccida. Sia un partner, un figlio, un animale. Anche una passione. Quante volte, voltandoci verso nostra moglie, il nostro fidanzato, il nostro convivente ci siamo chiesti: “Ma come ho fatto ad innamorarmi di questa persona?”. I più bravi riescono a ricordarne i motivi. Gli altri, la gran parte, mollano. Rinunciano. E ricominciano.

 

Noi vogliamo essere quelli bravi. La minoranza, come al solito. 

 

#polaroid, la nuova rubrica di Gazzetta Regionale, nasce proprio per questo motivo. Il calcio, specialmente quello nazionale, è un coacervo di polemiche, proteste, sporcizia, volgarità. Eppure una volta non era così. Non poteva essere così quando ce ne siamo innamorati. Noi che seguiamo il calcio dilettanti, motore immobile di tutto il movimento, lo sappiamo bene. 

 

E allora perché non provare a ricordare i motivi e i momenti precisi in cui abbiamo capito di amare questo sport? Vi aiutiamo noi. Ogni settimana, e precisamente il giovedì pomeriggio, vi racconteremo una storia. Bella. Capace di riportarci agli albori: quando da bambini non facevamo altro che tenere un pallone sotto braccio. Era il nostro migliore amico, ci avremmo addirittura dormito.

 

Partiamo dal 1976. E da uno dei miti di sempre del calcio: George Best. Questa è la storia di un ragazzo che amava solo Miss Mondo e che giunto nella fase discendente della sua carriera calcistica, decise di brillare un’ultima volta. Umiliando un altro grandissimo: Johann Cruyff. 



Metà degli anni 70. 

La Clockwork Orange, l’arancia meccanica olandese, è appena deflagrata in tutti gli stadi del mondo, cambiando per sempre il calcio. Trasformato da Cruyff, Neeskens, Rensenbrink, Rep guidati dal CT Michels.

Non è questa, però, la storia che vogliamo raccontare. 

Non sono gli occhi increduli di tifosi e appassionati che mai prima del mondiale di Germania ’74 avevano visto una squadra muoversi con quella grazia, come fosse una cosa unica e indivisibile.

Non vogliamo nemmeno parlare di Argentina ’78. Dell’inattesa disfatta degli strafavoriti Orange sconfitti da un trionfante Mario Kempes e soprattutto dall’esercito del dittatore Jorge Videla, vigile intorno al campo per tutta la durata della finale.

Vogliamo concentrarci su un’inutile, quanto scontata partita di qualificazione che si disputò nella primavera delBest e Cruyff ai tempi degli USA 1976: Irlanda del Nord-Olanda. 

Le ore prima dell’inizio della gara sono febbrili: i tifosi di casa, seppur consapevoli di una sonora batosta, non riescono a nascondere l’euforia. Arriva l’Olanda del calcio totale! Finalmente si potranno vedere dal vivo le invenzioni di Cruyff, le sgroppate di Neeskens, gli allunghi di Rep. Sentimento che dalle strade di Belfast filtra negli spogliatoi della selezione locale, possedendo, come un virus, un pensiero malsano, tutti i giocatori irlandesi: “Perderemo certamente, ma con la squadra più forte di sempre”. 

Sentimento che invade tutti. Tranne uno. 

C’è un tipo con i capelli lunghi, la barba incolta e la maglia numero Sette che non riesce a farsene una ragione. E’ rientrato in nazionale dopo una lunga assenza e solo per porre fine ad un’ossessione che non lo lascia vivere: deve fare un tunnel a Johann Cruyff

La gara comincia e l’Olanda inizia con la sua manovra avvolgente. Al 5’, però, l’Irlanda riesce ad allungarsi nella metà campo avversaria. Al limite dell’area degli Orange la palla arriva proprio al Sette, che incredibilmente, invece di puntare la porta, gira su stesso e corre veloce verso il centrocampo. 

Salta un avversario, due, tre. Arriva di fronte a un Cruyff incredulo. 

L’esito è scontato: finta di corpo e palla che passa sotto le gambe del Profeta del gol. 

Il Sette è quasi folle di rabbia. Colpisce la palla di punta, con una violenza inaudita e la spedisce in tribuna. Poi si gira verso Cruyff: “Sei il più forte. Ma solo perché non ho tempo”. 

Quel signore sul viale del tramonto, che da tempo ha lasciato il calcio europeo e ora sgambetta negli Stati Uniti, quello che gioca ormai solo per inerzia, con gli occhi lucidi e un accenno di pancetta alcolica è proprio lui. Il migliore. George Best.